Barbagli d'intelletto.

La tua vita è la tua vita.
Non lasciare che le batoste la sbattano nella
cantina dell’arrendevolezza.
Stai in guardia.Ci sono delle uscite.Da qualche
parte c’è luce.
Forse non sarà una gran luce ma la vince sulle
tenebre.
Stai in guardia.Gli dei ti offriranno delle occasioni.Riconoscile,
afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in
vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente, più luce ci
sarà.
La tua vita è la tua vita.Sappilo finché ce l’hai.
Tu sei
meraviglioso gli dei aspettano di compiacersi in te.

Charles Bukowski "Il cuore che ride. "

mercoledì 10 marzo 2010

Quelli che il museo sembra un WC.


Proseguendo con gli approfondimenti a proposito del concetto non troppo relativo ed autarchico del bello , pubblico un articolo del direttore del Domenicale. Buona lettura.

Meglio Palladio o un water rovesciato? Oppure: meglio Michelangelo o un pisciatoio appeso? La risposta di prim’acchito sembrerebbe scontata. Così non è. Oggi pochissimi tra gli addetti ai lavori se la sentirebbero di contestare la bellezza dell’erigendo museo d’arte contemporanea disegnato da Daniel Libeskind per la riqualificazione dell’area ex Fiera a Milano. E ancora meno mettono in dubbio l’ormai storicizzata “Fontana” di Marchel Duchamp, vero spartiacque tra l’antico e il moderno. Come sia avvenuta questa inversione tra Bello e Brutto è questione dibattuta da un secolo e difficile da riportare in poche parole. L’unica cosa certa è che oggi gli artisti e gli archittetti (per lo meno quelli più celebrati) hanno definitivamente abdicato alla loro funzione originaria, facendosi interpreti di un mondo alla fine dei tempi in cui non c’è più posto per la tradizione, per Dio, per l’uomo, ma in cui regnano l’insensatezza, il nulla, il trash.

Solo pochi ingenui (come noi al Domenicale) tentano di opporsi, ovviamente tra le risa e gli sberleffi, a questa decadenza ormai perfino linguistica. Il rischio è di essere liquidati come retrogradi, reazionari, o ancora peggio, fascisti. Insomma, come gente poco acculturata che non comprende il proprio tempo, che sogna impossibili ritorni al passato, che ha nostalgia di stantie categorie estetiche medioevali (aspettiamo pure che l’amico Vittorio Sgarbi ci faccia passare per oscurantisti censori prendendo le difese degli altri). Poco importa che le persone comuni, cioè quelle non ancora assuefatte al brutto e non ancora colpite dal germe del relativismo (non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace), guardino agli sperimentalismi dell’arte e dell’architettura contemporanee con stupore e sempre più spesso con disgusto. Le persone vanno educate: e proprio in questa pedagogia forzata sta il pericolo di un nuovo totalitarismo sottile che dietro la facciata della democrazia, dell’innovazione, della libertà dell’arte a tutti i costi cela un progetto disumanizzante.

In questi giorni, sulle polemiche che hanno coinvolto Libeskind e il museo milanese, si è innestata una riflessione più ampia. Il filosofo Roger Scruton (il Foglio, sabato 22 marzo) e l’urbanista Nikos A. Salingaros (il Domenicale, stesso giorno) hanno delineato i contorni del problema. Per Scruton le “archistar” (Foster, Gehry, Piano, lo stesso Libeskind) sarebbero affette da un’inguaribile egomania che le porta a ricercare l’originalità a scapito di ciò che è giusto, a progettare sfidando l’ordine e l’ambiente circostante, a non pensare alle persone che abitano le città, bensì ad usare gli spazi della città per propri fini espressivi. Ancora più tranchant Salingaros secondo il quale una potente élite dominante, allevata nella cultura nichilista o in quella marxista, sta usando l’architettura e l’arte per dispiegare un grande programma d’ingegneria sociale teso a costruire un nuovo mondo utopico industriale. E per far ciò, va negata per prima cosa la naturale connessione dell’uomo con l’ambiente convincendo la gente che ciò che fa schifo e ripugna è bello, mentre ciò che attrae e incoraggia la relazione (cioè il vecchio Bello) è contro lo sviluppo e il progresso. «Dapprima – spiega Salingaros – si distrugge la base intuitiva della bellezza e il ruolo dell’uomo nella natura, quindi si prende il controllo delle istituzioni, come le università, poi si punta a controllare i mezzi di comunicazione di massa, poi si controlla l’industria dello spettacolo».

Le reazioni delle archistar, raccolte da Pierluigi Panza (Corriere della Sera, martedì 25 marzo), per ora mostrano un certo sussiego, strano per una élite solitamente verbosa che – chiosa Scruton – «si è equipaggiata di una serie di frasi vuote e pretenziose con cui spiegare il loro genio a coloro che sarebbero in altro modo incapaci di percepirlo». Mario Botta si limita a un “periodicamente ritornano nostalgie di un passato impossibile”, Massimiliano Fuksas a un “non ho ben capito il tono di queste crociate”. Dalla loro, va sottolineato, hanno schiere di utili idioti pronti a mitizzarli, commesse multi miliardarie, amministratori locali che cadono in visibilio di fronte ai loro progetti.

Non sbaglia Panza quando, da esperto qual è, riconduce la polemica nell’ambito della storia e della critica dell’architettura. Eppure resta forte l’impressione che contra factum non datur argumentum. L’ampliamento del Museo dell’Ontario firmato da Libeskind che capeggia nella pagina del Corriere è di una bruttezza indicibile: sembra un’astronave aliena che si è scontrata con una armoniosa architettura classica. Così il water rovesciato di CityLife che gli agiografi descrivono «di geometrica potenza e forma elegantemente sviluppata con le torsioni che tanto incontrano nell’architettura internazionale d’avanguardia (un quadrato alla base che diventa un cerchio alla sommità e salendo “scivola” di lato creando facciate a gradinate aggettanti o inclinate)». Per non parlare dell’osannato zigozago del Jewish Museum di Berlino. E neppure va meglio all’architetto ticinese Botta il cui albergo-centro commerciale alto 77 metri che dovrebbe sorgere in Engadina, uno schiaffo alle bellezze di uno dei luoghi montani più celebrati al mondo, è stato sottoposto a referendum.
Ma forse utilizzare il termine “bello” è ormai fuori luogo. Credere che la bellezza sia un valore politico che induce all’imitazione positiva è un semplice rigurgito reazionario di chi, ancora irrimediabilmente non si è piegato, e mentre ammira Michelangelo minge nel pisciatoio.

Angelo Crespi.

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